giovedì 23 ottobre 2008

Biennale del mare XI Edizione


Dal 4 al 10 Novembre 2008 si terrà presso la Stazione Marittima di Napoli l’XI edizione della Biennale del Mare, che, come sempre, si propone anche come occasione di dibattito sui temi dello sviluppo per la pesca e l’acquacoltura regionale. In particolare la manifestazione prevede tre specifici convegni in materia di pesca ed acquacoltura. Il 6 novembre, il tema del dibattito sarà la nuova fase di programmazione 2007/2013, con i suoi interlocutori nazionali, per una verifica congiunta delle proposte comunitarie in materia di politica del Mediterraneo e gestione delle risorse condivise. L’8 novembre gli incontri previsti nella mattinata riguarderanno la nuova fase di programmazione regionale 2007/2013 della pesca, le modalità d’integrazione degli interventi cofinanziati dal FEP con quelli di altri fondi comunitari e la verifica di strumenti innovativi di intervento che possano interagire sia con la tutela delle risorse sia con la competitività del settore. La seduta pomeridiana consentirà la trattazione di argomenti di carattere scientifico afferenti sia alle tematiche ambientali che a quelle produttive con la finalità di promuovere una sempre più stretta relazione interdisciplinare in materia di pesca e ambiente e di consentire un sempre più efficiente trasferimento dell’innovazione tecnologica alla produzione.


ESPOSIZIONI
Ingresso libero
Orario 9.30 – 18.00
L’Estonia alla Biennale
Esposizione realizzata dalla Repubblica Estone, dei molteplici aspetti della cultura, delle attività e
dell’economia legate al mare.
La Polonia alla Biennale:
Una mostra realizzata dalla Repubblica polacca sulla cultura baltica del mare.
L’Albania alla Biennale
Mostra sulle attività marinare della Repubblica Albanese, da quelle militari a quelle peschiere a
quelle turistiche. Una nazione giovane di democrazia che sta conquistando il suo spazio sul mare.
Paesaggi urbani del Mediterraneo:
mostra dedicata a cinque metropoli portuali
Un porto è un mondo complesso, composto da diverse anime simili ma differenti, vicine ma
concorrenti. Le diverse attività che vi si svolgono chiedono, continuamente, cambiamenti e
specializzazioni, alla ricerca dello spazio ideale per affrontare al meglio le sfide che i mercati
impongono. L’obiettivo di questa mostra è svelare ai cittadini quanto si è fatto in questi ultimi anni
nei porti e nei waterfront di alcune città mediterranee in funzione alle esigenze specifiche degli
operatori portuali ma anche alle esigenze elle varie comunità che hanno bisogno di vivere il
proprio porto come accesso al Mediterraneo e al mondo.
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Attrezzature balneari ecocompatibili per le Coste Campane
La mostra accoglie ricerche e proposte progettuali sviluppate da allievi della Facolta’ di
Architettura dell’Università di Napoli, nonché soluzioni progettuali maturate nel corso di un
Workshop a cui hanno partecipato studenti e ricercatori di diverse Università Italiane.
Le ricerche progettuali esposte riguardano alcune aree litoranee dei Comuni di Napoli, Bacoli,
Salerno, Procida, Castelvolturno.
Passeggiando per mari ed oceani. Viaggio subacqueo nei cinque continenti.
Percorso interattivo di immagini cinematografiche dei mari del mondo.
I filmati racconteranno con immagini subacquee e musica gli aspetti più significativi della vita
marina dei principali mari e oceani del pianeta e saranno corredati da alcune immagini di esterni.
Le sequenze video saranno sottotitolate con sottopancia recante il nome del luogo o località in cui
le immagini sono state girate. Per ogni filmato sarà , inoltre, realizzato un commento scritto da
mettere a disposizione delle scuole.
Proiezioni continue di filmati sul mare a cura di Expomed
Acquario virtuale in 3D a cura di Expomed
Immersioni di 20 minuti in un acquario virtuale multimediale
Sicurezza sul Mare (Guardia Costiera, Guardia di Finanza, Carabinieri e Vigili del Fuoco)
Una mostra a testimonianza del grande impegno profuso, da tali organi e dai loro corpi speciali,
per garantire la sicurezza e il salvamento in mare.
Storia immagini della più antica stazione di ricerca biologica mediterranea
La Stazione Dhorn
Un mare di stoffa
La Fondazione Mondragone
I.P.S.E.M.A.
Istituto di Previdenza per il Settore Marittimo. Dalla storia delle prime tutele del lavoro marittimo
ai “servizi on line”.
Emozioni di immagini
1. Immagini dal bianco e nero al colore dell’attività subacquea
2. Immagini del mare nostrum e dei mari del mondo
3. I record subacquei
4. Come ci si immerge: breve corso visivo per la subacquea ricreativa
5. Te vo’ fa’ fa’ na foto?
Le classi possono farsi fare una fotografia in un mare virtuale
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EVENTI
Stazione Marittima 5 Novembre alle ore 10.00
Cerimonia d’inaugurazione
7 novembre 2008 – ore 21.00
Cerimonia Conclusiva con la Consegna dei premi:
“Marechiaro”: al Presidente della Repubblica dell’Estonia
“Gabbiani d’Argento”:
al Dott. Nicola Coccia ( Imprenditoria Marittima)
al Prof. Victor Shahed Smetacek (Scienze del Mare)
Segue evento spettacolo con la partecipazione straordinaria di
Max Giusti
Per invito

venerdì 21 marzo 2008

ZONA C - LA SECCA FUMOSA

L’escursione subacquea più gratificante dal punto di vista biologico è quella intorno alla zona C dove si trova la “Secca Fumosa” : una serie di piloni a base quadrata di probabile costruzione romana, ricoperti da spugne e alghe colorate e di cui non si è ancora capita la funzione, probabilmente servivano da barriere frangiflutti. Su un fondale di circa 15 metri si incontrano zone di acqua calda sulfurea che fuoriesce dalla sabbia, mescolandosi con l’acqua fredda, crea un habitat molto particolare. Del porto romano sono chiaramente visibili i 12 piloni che si ergono maestosi su di un fondale sabbioso. Il passaggio all'esterno dei piloni stessi permette di ammirare un paesaggio quasi lunare, una grande distesa di sabbia dalla luce veramente particolare interrotta qui e là solo da alcune colonne di minuscole bollicine, che indicano le sorgenti a mare di acqua calda, ulteriore testimonianza del passato termale dell'intera zona. Il passaggio tra le due file parallele dei piloni permette di rendersi conto della grandezza dell'opera realizzata in epoca romana, ma anche come questi elementi ormai si siano completamente integrati nel paesaggio sottomarino, fungendo da substrato e permettendo lo sviluppo di una vivacissima flora e fauna dal carattere spiccatamente mediterraneo.
Un'immersione in una zona archeologica così affascinante e ricca di misteri cattura l'attenzione non solo per gli aspetti artistici, urbanistici, storici, ma anche perchè, ancora una volta, è possibile apprezzare come il Mediterraneo resista, in tutti i sensi, alle aggressioni del tempo, della natura e dell'uomo. Seppur non si possano descrivere incontri mirabili ed eccezionali, si può ricordare la presenza, tra le altre, di qualche simpatico e piacevole ospite, come i rossi Apogon imberbis, che si nascondono tra gli anfratti creati nei piloni , i coloratissimi nudibranchi tipo l'Hypselodoris valenciennesi, lo scapigliato anemone di mare, le trasparentissime claveline e poi nel fondo una piccola Pinna nobilis in compagnia di gasteropodi e bivalvi, ricci e stelle marine che colorano questo particolarissimo braccio di mare Mediterraneo. L'immersione nel porto antico di Baia, così come alla città sommersa, non presenta alcuna particolare difficoltà tecnica e risulta molto piacevole e distensiva anche nel freddo periodo invernale. L'immersione in questa stagione fa apprezzare ancora di più la presenza delle molteplici attività vulcaniche sottomarine della zona, come il frequente incontro di sorgenti calde e di punti del fondale in cui l'abbondanza di zolfo, indica la presenza di sabbia piacevolmente calda, non solo per il subacqueo infreddolito, ma anche per le differenti specie di animali, che come le castagnole che si muovono proprio tra le bollicine calde delle sorgenti o vivono adagiati nei pressi dei punti caldi del fondale.

ZONA B - PORTUS JULIUS

La zona B comprende i resti sommersi del Portus Julius. Nel 37 a.C., durante la guerra civile tra Ottaviano e Sesto Pompeo, lo stratega Marco Vipsanio Agrippa realizzo' una grandiosa struttura portuale, Portus Julius, adibita ad arsenale della flotta di Miseno, collegando con un canale navigabile il lago d'Averno, il lago Lucrino e il mare. Per effetto del bradisismo discendente, buona parte del Porto Giulio e' oggi sommersa; infatti tra Baia e Pozzuoli si snodano imponenti tracce delle strutture portuali e di alcuni vici suburbani. Del porto si conservano bene il molo d’ingresso presso Secca Caruso e numerosi Magazzini (horrea). Si incontrano alzati di mura in opera reticolata, molto ben conservati,impianti idraulici e numerosi pavimenti a mosaico di ville costruite dopo l’inabbissamento del porto a causa del bradisismo.

LA ZONA A -IL NINFEO DI CLAUDIO

La zona A comprende tre importanti siti archeologici sommersi. Partendo da Punta Epitaffio a circa 6 metri di profondità troviamo i resti del Ninfeo dell'imperatore Claudio(41-54). Si tratta di un edificio di forma rettangolare, con un'abside semicircolare sul lato di fondo e quattro nicchie rettangolari su ognuno dei lati lunghi, allineati con le nicchie sono due ingressi laterali, mentre l'ingresso principale, sormontato da un arco, si apre verso il mare sul lato breve, opposto a quello di fondo.Da un lato dell'abside era, infatti, collocata la statua di Ulisse che porge la coppa di vino al ciclope; dall'altro, quella di un suo compagno raffigurato nell'atto di versare altro vino da un otre. All'interno delle due statue erano alloggiati dei condotti di piombo, evidentemente destinati a portare acqua alla coppa di Ulisse e all'otre del compagno; l'intuibile presenza di queste acque zampillanti, come pure la struttura architettonica dell'intero complesso, individuavano come ninfeo l'ambiente che le ospitava. Oltre alle statue di Ulisse e del suo compagno nell'esedra di fondo - che rappresentavano la scena dell'offerta del vino a Polifemo, preliminare all'accecamento - nelle nicchie lungo i lati erano poste, secondo un'interessante ipotesi ricostruttiva, cinque statue, di cui la più bella e praticamente integra è di Dioniso giovane; una seconda statua di Dioniso, incoronato di edera, era in pezzi; una statua-ritratto di bambina dai capelli riccamente acconciati, forse figlia di Claudio; un'analoga statua a grandezza naturale, che ritrae una donna matura con diadema, nella quale si vuole individuare la madre dell'Imperatore; e un frammento di busto virile. Identificati come i genitori dell'imperatore Claudio (Druso Maggiore, in veste di condottiero, e Antonia Minore, raffigurata come Venere genitrice) e i suoi figli (Ottavia Claudia e Britannico). La costruzione risale quindi al 41-54 d.C., gli anni del principato di Claudio.
Questo gruppo di statue costituiva dunque una sorta di "galleria" di ritratti dinastici della gens giulio-claudia, collegata idealmente con il gruppo di Ulisse per mezzo delle due statue di Dioniso, che rappresenta la personificazione dell'inebriamento. Si è pensato che la sala fosse connessa al cosiddetto palatium imperiale di Baia. Ma più probabilmente era parte di una villa di proprietà imperiale, del tipo di quelle poi descritte da Plinio, residenza di piacere al di fuori del contesto cittadino. L'ingresso principale dell'edificio si trovava sul lato opposto a quello di fondo e si apriva verso il mare, con l'acqua che entrava dentro l'ambiente e che circondava una piattaforma a forma di "U", più alta rispetto al livello del pavimento. A cosa serviva questa costruzione? Molto probabilmente era un ninfeo-triclinio. Era un ninfeo perché la presenza dell'acqua e la decorazione delle pareti sono tipici di questo tipo di edifici, che imitano grotte naturali: l'abside e le nicchie dell'edificio baiano erano infatti rivestite con pezzi di calcare naturale (finta roccia) e con mosaico di paste vitree policrome e conchiglie, mentre il resto delle pareti era coperto da lastre di marmo colorato. Ma era contemporaneamente un triclinio (sala da pranzo) perché secondo gli archeologi sulla piattaforma c'erano i letti tricliniari, su cui stavano sdraiate le persone. Come funzionava ? Probabilmente i cibi venivano serviti su piatti galleggianti che "navigavano" sull'acqua che circondava la piattaforma, cosicché i commensali avevano l'impressione di mangiare sospesi tra le onde, in un ambiente fresco e pieno di riflessi luminosi, per l'acqua che si rifletteva sui mosaici e sui marmi colorati. Della triade marmorea restano solo le statue di Ulisse e Bajos recuperate nel 1969 ed esposte nel Castello di Baia.
ZONA A - VILLA A PROTIRO E VILLA DEI PISONI

Proseguendo appena fuori il Ninfeo, superando le terme troviamo una strada basolata, la via Herculanea, che ci porta in mezzo a quello che era il Lacus Baianus, dove troviamo i resti imponenti di due ville. Il porto di Baia in epoca romana era accessibile solo attraverso un canale navigabile,oggi sommerso, del quale restano le fondamenta piantate nella sabbia, costituite da casseforme in legno. Nella parte centrale del porto troviamo i resti imponenti di due ville. La villa detta a Protiro , dal greco pro davanti e thyra porta di casa. Il termine indica nella casa romana il vestibolo e lo spazio di accesso esistente tra la porta d’ingresso e l’atrio. Questa villa conserva imponenti resti termali, e pavimenti a mosaico. Dopo il ritrovamento, su una tubazione di piombo , dello stemma della famiglia dei Pisoni si è attribuita la proprietà all’altra villa situata poco distante. Si articola intorno ad un cortile centrale a pianta rettangolare, di cui restano visibili, sul lato di fronte Punta Epitaffio, una serie di semicolonne, marmi e pavimenti a mosaico. Dotato di terme, giardini e un quartiere marittimo, con vani di soggiorno, cisterne e peschiere, difeso da barriere frangiflutti, questo grande complesso, che mostra analogie architettoniche con la Villa Adriana di Tivoli, era confluito nel demanio imperiale forse dopo la confisca della villa dei Pisoni in seguito alla fallita congiura contro Nerone (65 d.C.). A nord del canale erano terme, forse pubbliche, visto il carattere urbano degli edifici, evidenziato da tabernae e da una strada. Le sponde est e ovest del lago si individuano da altre strutture, poste sotto la banchina portuale, dove anni fa si rinvennero sculture e decorazioni marmoree del III sec. d.C. Altri resti sono sui fondali antistanti i Cantieri di Baia.
La facile escursione subacquea può proseguire sull'attigua area monumentale compresa tra la villa ed il canale di accesso all'antico Baianus Lacus. Tra aree termali, peschiere e colonne, è ancora possibile osservare l'elegante geometria di uno splendido mosaico.

IL PRIMO SCAVO SUBACQUEO A BAIA

Il primo scavo subacqueo della storia di Baia data il 22 settembre 1959 eseguito dall’equipè del Dott. Nino Lamboglia e coadiuvata dal Professor Amedeo Maiuri. La zona fu virtualmente suddivisa in nove quadrati della lunghezza di 500 metri di lato. Con questo sistema si gettavano le basi per la completa mappatura del sito. Nonostante le numerose difficoltà, quali le coltivazioni di mitili, la presenza di navi in disarmo, il traffico navale per il carico di pozzolana, lo scavo fu effettuato per aprire un cantiere permanente.La prematura scomparsa del dott. Lamboglia vide interrompere il cantiere. Successivamente 10 anni dopo, a causa di una forte mareggiata,furono scoperte due statue, ancora in posizione eretta nell’abside di un ambiente rettangolare.Fu effettuato un altro scavo sotto punta Epitaffio,luogo del ritrovamento, condotto da P.A. Gianfrotta che riporto alla luce numerose statue , in particolare quelle di Ulisse e di Bajos, che erano parte del complesso che rappresentava la scena omerica dell’ubriacatura di Polifemo,la cui statua non è mai stata ritrovata. Si scoprì successivamente che ci si trovava nel ninfeo della villa appartenuta all’imperatore Claudio.

sabato 8 marzo 2008

ARCHEOLOGIA SUBACQUEA le origini

Da un articolo di Claudio Ripa


UNA SCIENZA DAI MOLTI PADRI di Claudio Ripa


Benché nel 1960 Bucher con la passeggiata subacquea nella città sommersa di Baia, in un servizio realizzato da Pittiruti per la televisione e commentato da Amedeo Maiuri, avesse illustrato le meraviglie archeologiche nascoste nel nostro mare, solo dopo la scoperta delle prime due statue della Grotta Azzurra di Capri, si ebbe una polarizzazione dell ‘importanza e del fascino dell archeologia subacquea. Infatti, la polemica suscitata dal recupero delle stesse statue ed il “battage” pubblicitario di ” Mondo Sommerso” ripreso dalla televisione e dalla stampa mondiale, fecero sì che moltissimi subacquei fino ad allora indifferenti incominciassero ad interessarsi di archeologia subacquea. Mentre la denunzia ed il recupero delle due statue fatta da Maltini e Solaini, per onore di cronaca va detto che il primo ad avere individuato le statue fu Gennaro Alberino, sommozzatore di professione, così come a Baia, la maggior parte delle scoperte furono merito di sommozzatori o di pescatori professionisti. E’ quindi estremamente difficile andare alla ricerca, in Campania, di padri fondatori” dell’archeologia subacquea. Dove cercare, infatti? Tra gli studiosi come Gunther, che s’interessò, tanti anni fa, delle nostre antichità sommerse, ed in particolare di quelle della zona del litorale di Posillipo? Tra gli eredi dei” sakanaciuki”, come il Professore Miraglia, mio padre, che a volte scoprivano cocci, ma che sott’acqua andavano per fiocinare pesci, alla maniera ancora oggi adoperata dai Polinesiani? Tra i vecchi vongolari e fiocinatori, che ancora oggi pattugliano le acque alla ricerca di qualche preda? Oppure tra i tanti che, per sport o per divertimento, per spendere il tempo libero o per la spinta di chissà quale altra motivazione, in acqua ci vanno, sorvegliano, perlustrano, alla ricerca di tutto e di niente, a volte armati di fucile o di camera subacquea, spesso senza nemmeno questi attrezzi, e sono e, la ricerca va fatta un pò fra tutti costoro: come ignorare uomini come Raimondo Bucher, il quale può essere considerato a giusto merito uno dei padri fondatori dell’ archeologia sottomarina in Italia, quanto meno per avere dato credito ed impulso quasi mezzo secolo fa alla fotografia subacquea ed area di zone sommerse. E come fare ad ignorare quei dilettanti, che via via hanno ampliato il loro bagaglio di conoscenza, e più che fidarsi della fortuna, in mare ed alla ricerca di verità, hanno cominciato ad andarci con una base di preparazione scientifica? Certamente, tanto sviluppo l’archeologia subacquea non avrebbe potuto avere se l’invenzione di Cousteau e Gagnan, l’autorespiratore, non fosse riuscito, subito dopo la guerra, ad ‘imporsi anche fra i non professionisti dell’immersione. E’accaduto invece che, mettendo l’immersione subacquea alla portata tutti, l’autorespiratore abbia portato sott’acqua studiosi ed appassionati. E così che la ricerca subacquea è diventata l’occupazione di pochi felici, attività di molti infelici. Infelici per il modo in cui vanno le cose in Italia e dove i sommozzatori che si interessano di archeosub, pur volendo spesso offrire alle Soprintendenze collaborazione, sono spesso trattati come petenti in attesa di una grazia. Diciamo allora che la linea di sviluppo dell’archeosub in Campania muove dalla ricerca informata e dotta (occasionale, a volte mirata, o l’una e l’altra insieme); prosegue sotto la spinta della passione di dilettanti i quali mettono a disposizione della Soprintendenza la propria opera; arriva finalmente, ed è cosa di questi ultimi mesi, ad una felice sintesi, quale si è a Baia tra ricerca ufficiale e ricercatori privati. Ma anche questo, ahimè, come fatto episodico, anche se non del tutto inedito, dato che proprio in Campania, altre volte si erano avuti felici momenti di collaborazione tra pubblico e privato come l’esplorazione tra De Franciscis e Lamboglia; la ricerca del presunto Porto di Paestum condotto da un gruppo richiesta del compianto Mario Napoli; la verifica infine le ipotesi scientifiche del Professore Andreae sul ninfeo di Punta Epitaffio. L’archeologia subacquea è una scienza ancora molto giovane e ha sofferto e soffre di problemi di gioventù,ma farà la sua strada,così come l’ha fatta l ‘archeologia tradizionale. Basterà non considerarla, come è stato spesso fatto, un’attività dalla quale escludere gli appassionati, i “piccoli Schlieman”, che sono tanti, e operano in tutto il mondo. La diffusione della pratica dell’immersione subacquea, la rarefazione delle prede in campo ittico, la semplicità d’impiego dell’autorespiratore autonomo, sono elementi i quali potranno portare tutto fuorché danno, alla ricerca archeologica in sito sommerso. Come giustamente ricordava tempo fa il francese Denis Fonquerle, della CMAS, “ancora prima che gli Stati si decidessero a considerare l’archeologia subacquea una scienza ufficiale, emanassero leggi per la tutela dei luoghi e dei relitti e prendessero provvedimenti per l’applicazione di tali leggi, ricercatori volontari, spontaneamente e di buon grado, hanno gettato le basi di questa nuova disciplina ed hanno contribuito al suo sviluppo”. Questo, è bene dirlo, è proprio il caso dell’Italia e ancora di più della Campania: lo spartiacque tra “ricercatore scientifico” e ricercatore va abolito, il secondo incoraggiato a prestare la sua opera al fianco del primo (quando questo esiste). I rilievi e gli scavi in mare non sono più l’appannaggio di una cerchia ristretta, depositaria di un ermetico segreto. Persone oneste, attente a ciò che fanno, ed esperte del proprio lavoro, se ne trovano anche fra di noi, “che non siamo pubblici dipendenti, e nemmeno avventurieri”. Responsabilizzare gli archeosub “della passione” significherebbe rompere la catena che purtroppo ancora lega in un cerchio di omertà i predoni del mare. Lo dico perché penso a quanto abbiano sofferto le antichità sommerse della Campania, proprio ad opera di costoro, e di quanto sarebbe stato possibile arricchire il patrimonio degli studi subacquei nel nostro paese se essi fossero stati incoraggiati ad operare a vantaggio della comunità, a lavorare per la scienza, come quei pochi dei quali mi onoro di far parte. La storia dell’archeologia subacquea è stata scritta, purtroppo, anche dai predoni; ma, ahimè, quanta parte del tesoro che essi hanno trovato, nel mare antico, è ormai perduto alla conoscenza comune.

LE LUCERNE DI BAIA




Il napoletano, Claudio Ripa, che tanto prestigio ha portato all’italia nelle competizioni di caccia subacquea, in quest’articolo, tratto da MONDO SOMMERSO, giugno 1967, si cimenta anche nell’archeologia

INTERESSANTI RITROVAMENTI TRA LE ROVINE DELLA CITTÀ SOMMERSA
Un nuovo importante recupero archeologico tra le rovine sommerse di Baia. Il bradisismo ha sprofondato lentamente nel corso di un millennio e mezzo la suggestiva città della Roma imperiale che s’affacciava sulle acque sacre al culto di Venere, Scoperte e catalogate centinaia di lucerne di ottima fattura del I sec, dopo Cristo, Il lavoro è stato terminato da un gruppo di subacquei napoletani, tra i quali Claudio Ripa, che già nel passato aveva strappato alla sabbia e al fango di Baia preziose testimonianze di storia.
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LE LUCERNE DI BAIA di CLAUDIO RIPA
Fu, all’inizio, un’operazione basata sulla fiducia, movimentata da colloqui delicati. Hanno truvato ‘e lampetelle romane a Baia!., ci disse, in tutto segreto, uno dei nostri amici pescatori. Spettò a noi condurre poi una complicata indagine, per avere particolar più concreti. Si mosse il giro delle conoscenze e alla fine potemmo venire a capo della faccenda, non dopo aver assicurato una nostra spassionata iniziativa presso la Soprintendenza alle Antichità per il riconoscimento del giusto premio. L’esplorazione sottomarina del tratto di mare antistante il litorale fiegreo non ci aveva dato, quest’anno, frutti apprezzabili. E ciò, malgrado una impegnativa serie di ricerche, nel quadro di una campagna archeologica già preventivamente stabilita. Un primo sopralluogo sulla zona finalmente rivelata , ci mise di fronte a serie difficoltà: i ruderi sommersi che nascondevano le lucerne erano sepolti sotto strati di sabbia e sassi, Per raggiungere i pavimenti delle stanze, inoltre, bisognava sgomberare i vani da enormi massi e sollevare le macerie dei solai. Qualche ottimo esemplare di lucerna, rinvenuto durante questa prima immersione, ci spronava a continuare nell’opera iniziata. I massi più pesanti li avremmo spostati con le apposite sacche da riempire d’aria. Per la sabbia e il fango si scartò invece l’idea di una normale sorbona per non arrecare danni agli oggetti: occorreva invece un’apparecchiatura dalle dimensioni e capacità ridotte. Adottammo così un piccolo compressore (messo a disposizione da Armando Carola, capo equipe, della quale facevano anche parte, tra gli altri, Luigi e Giovanni Lucignano, Migliorini e Massimo Scarpati), cui venne applicato un tubo del diametro di circa cento millimetri, chiuso all’imboccatura da una rete metallica in modo da evitare l’aspirazione anche dei più piccoli oggetti come monete, chiodi, frammenti vari. Alla seconda immersione, andai per primo. Il panorama mi era noto per averlo fotografato più volte, ma stavolta non sapevo da dove iniziare, Mi diressi verso un muro che riuscii ad intravedere nell’acqua non limpida. Nuotai lungo il muro e con le mani rimossi sabbia e detriti in un punto centrale, Scoprii alcune piccole lucerne di fattura semplice. Più tardi, con gli altri, fu possibile raccogliere un centinaio di esemplari prima che l’acqua diventasse una grossa macchia nera. La successiva immersione fu meno caotica; ci dividemmo più dettagliatamente i compiti e cominciammo a lavorare con le sacche di plastica e la sorbona, finché non liberammo diversi metri quadri di fondo. Scoprii uno strato di lucerne con le quali vennero riempiti numerosi cesti che, dietro segnale, calarono dalla barca-appoggio. Era tardi quando decidemmo di tornare e la barca era letteralmente piena di ceste colme di lucerne.Data l’ora non riuscimmo a metterci in contatto con la Soprintendenza di Napoli, sicchè depositammo il materiale presso l’anfiteatro Flavio di Pozzuoli affidandolo all’assistente capo alle Antichità, Angelo Angellotti. Il giorno dopo ci mettemmo in contatto con il dottor Giorgio Buchner della Soprintendenza il quale, dopo aver esaminato le lucerne che fece risalire al primo secolo dopo Cristo, decise di accompagnarci per poterci assistere durante le ricerche e le successive immersioni. Per fortuna, quel giorno l’acqua era abbastanza chiara, tanto da permettere al dottor Buchner di osservare dalla barca con un batiscopio come eseguivamo il lavoro. I suoi consigli frutto di una lunga esperienza di lavori nell’isola d’Ischia, ci permisero di eseguire uno scavo secondo i dettami della moderna tecnica archeologica. Questa volta scattai numerose fotografie durante ciascuna fase dell’operazione, cercando anche di documentare i vari strati che ricoprivano le lucerne. Lavorammo per tutto il giorno con un ritmo frenetico. Man mano che liberavamo il vano dai massi e dai detriti, i muri perimetrali ci mostravano la conformazione della stanza. Ci rendemmo conto della quantità di macerie che ricopriva il pavimento. Recuperammo altre centinaia di lucerne, erano in maggioranza di tipo semplice; ma quelle figurate che trovammo erano di ottima fattura con pregi artistici apprezzabilissimi. Queste operazioni si susseguirono per giorni e giorni, con la speranza di rinvenire anche un pavimento a mosaico sul fondo del vano. Purtroppo dopo circa due settimane di lavoro, ci accorgemmo che il pavimento non era a mosaico ma in calcestruzzo, Evidentemente capitammo in un deposito ove erano state conservate le diverse migliaia di lucerne. Ma, era proprio un deposito? Ed a cosa erano servite tante lucerne, visto che quasi tutte presentavano il beccuccio annerito dall’uso? Qualcuno avanzò l’ipotesi che fossero state usate per le feste delle lampadoforie * che si tenevano nella zona ed erano in gran voga presso i romani; altri, che fossero servite ad illuminare le banchine del porto di Pozzuoli, in occasione dell’arrivo di qualche personaggio. C’è chi avanzò l’ipotesi che le lucerne fossero servite per illuminare il ponte di navi che Caligola fece costruire fra Baia e Pozzuoli per attraversare di notte, in sella al suo cavallo, il tratto di mare che separa le due località, perchè si avverasse la profezia che lo voleva imperatore di Roma se fosse riuscito in tale impresa.
Supposizioni fantastiche senza dubbio. Resta comunque il fatto del rinvenimento piuttosto singolare, almeno per quello che ne sappiamo sui fenomeni che hanno interessato la ripa Puteolana. La scienza ci dice che il litorale è stato interessato da un movimento bradisismico e senza dubbio la cosa risponde a verità, tanto che è da attribuirsi a questo movimento il decadimento e l’abbandono della zona. Ma noi che conosciamo il fondo marino ove sono sommersi i ruderi della città di Pozzuoli e di Baia, noi che abbiamo osservato da vicino i resti di numerose abitazioni, che abbiamo rinvenuto numerosi reperti intatti come statue, are, monete, - suppellettili di ogni genere, non possiamo non considerare un’altra ipotesi: che qualche fenomeno improvviso abbia determinato l’abbandono da parte delle popolazioni di alcune delle più ridenti cittadine della Roma Imperiale. Un giorno, forse, avremo una risposta definitiva a questi interrogativi. CLAUDIO RIPA

I TESORI DI BAIA Da uno scritto dell’illustre archeologo professor Amedeo Maiuri.
Trentanni fa l’archeologia napoletana potè registrare un avvenimento eccezionale. Si dragava il piccolo porto di Baia che, a quel tempo, oltre ai velieri che vi ormeggiavano per il carico della pozzolana. serviva anche per l’attracco dei battelli della linea per Procida e Ischia. Ma i fondali erano bassi e gli approdi rischiosi le carte dell’Ammiraglio segnavano secche sommerse dal limo; occorreva una draga e una benna robusta per rimuovere dal fondo quelle secche. Incominciato il lavoro e calata in acqua la benna per addentare e divellere, si vide che in luogo di secche e di scogli, venivano tra le mascelle della secchia brandelli di fabbrica, pezzi di pavimenti a mosaico. frustuli di marmo e qualche membro dilacerato di Statua. Era il lido di Baia che risommava dal fondo delle acque. L’archeologia italiana fu colta di sorpresa dal dragaggio delle acque di Baia. Eppure qualche anno prima vi era stata ripescata una bella testa di Amazzone alla quale la lacerazione dell’arpione da presa aveva aggiunto una nota più dolente all’amara piega delle labbra, e due stupende repliche di una statua femminile di tipo fidiaco opera di due artisti neoattici che avevano inciso nelle pieghe del panneggio le loro firme in caratteri greci. Nonostante quel violento lavoro di dragaggio dello specchio d’acqua antistante il molo e le banchine di Baia, la messe ricuperata fu ingente: pezzi d’architettura in colonne, capitelli, trabeazioni, tutti di arte imperiale del periodo adrianeo e antoniniano e di così considerevole mole da far supporre che appartenessero a edifici non troppo inferiori per grandiosità a quelli superstiti lungo la ripa, e plutei ad altorilievo di bell’arte decorativa, sculture che per il soggetto e per l’esecuzione rivelano un gusto di selezione e non una banale e dozzinale ostentazione di lusso. Le sculture rimaste immerse nel fonde melmoso vennero tratte alla superficie senza traccia di usura e di corrosione con le sole mutilazioni causate dalla caduta o dallo Strappo della benna. Sorte meno fortunata toccò invece a quelle rimaste a lungo a fior d’acqua lambite dal mare: i litografi hanno esercitato su quelle sculture il loro mestiere di avidi divoratori e roditori del marmo come sulle colonne del Tempio di Serapide a Pozzuoli. Nelle acque di Baia, sacre al culto di Venere, non poteva mancare Eros; oltre a un bel gruppo di Eros e Psiche, un torso di Erote di squisita modellatura riemerse un giorno dal fondo, si da evocare la gentile favola d’Amore nata dalla letteratura umanistica napoletana. L’esplorazione subaquea di Baia non è impresa d’isolati sportivi, Non si tratta del ricupero di qualche anfora coperta da belle incrostazioni di molluschi o di un frammento di scultura e magari d’una statua, ma dell’esplorazione di un intero quartiere sommerso che dall’attuale linea del molo si spinge per oltre 120-150 metri entro la rada per una profondità variabile dai 3 ai 10 metri. Lo specchio di acqua è compreso fra la Punta d’Epitaffio con le sue ancora possenti costruzioni d’una villa marittima sprofondate nel mare, e il promontorio del Castello dove sorgeva un tempo la Villa di Cesare e il pretorio imperiale con il suo porto e le Sue installazioni marittime: un limite netto è segnato, lungo la costa, dall’antica via litoranea che conduceva da Baia a Pozzuoli, la via Herculanea lungo la quale Ercole avrebbe condotto le mandre di buoi reduce dal suo favoloso viaggio in Iboria: il nastro scuro della pavimentazione stradale si può scorgere ancora con acque calme e chiare a oltre 6-8 metri di profondità. Le maggiori difficoltà della ricognizione e dei ricuperi si debbono alla natura del fondo marino, formato non da sabbie provenienti dal disfacimento di terreni calcarei, ma dallo spappolamento del terreno pozzolanico delle colline di Baia e dal suo ritorno allo stato fangoso, cosicchè il minimo movimento solleva il fondo limaccioso e intorbida le acque. Baia è sommersa dal bradisismo in terra e in mare. Anche entro terra le sue grandi sale e le ampie piscine che raccoglievano le sorgenti termali e i vapori caldi scaturenti dal sottosuolo, sono anch’esse sprofondate lentamente fino a ostruire la bocca di quelle acque e di quei vapori. Oggi quelle sale e quelle piscine appaiono interrate fino al sommo dei nicchioni e degli archi che si ornavano di grandi sculture e vi si cammina all’asciutto, mentre alcune belle stampe dei primi anni dell’800 ci mostrano la più grandiosa di quelle sale, il Tempio di Mercurio, con le nicchie ancora scoperte a metà altezza e l’interno invaso dalle acque. sicché un servizievole Cicerone prestava le sue robuste spalle per il traghetto da una parte all’altra della sala: un masso di fabbrica, precipitato dalla volta, faceva da pietra di guado. Oggi 20-30 centimetri al più coprono il primo affiorare del terreno torboso e acqueso, mentre il piano originario del pavimento si trova a non meno di 6-8 metri di profondità. Lo scavo pertanto richiede mezzi idonei quali lo scavo d’un bacino lacustre colmato da un’alluvione e quali ha richieste lo scavo della Terma suburbana d’Ercolano, dove s’è dovuto superare il duplice ostacolo del fango pietrificato e dell’acqua ricoprente per 3 metri il pavimento. Erano sale e piscine che costituivano la parte essenziale e più nobile delle terme baiane. unendo alla grandiosa architettura la sontuosa decorazione di stucchi, mosaici e sculture.